Catene

Catene

Un tappeto di foglie luccicava sopra l’erba, in cielo si alternavano fili di luce e nodi di nuvole. Michele l’aveva aspettata – il giusto pensava lui – e Rossella non era ancora arrivata.
“Amare… che cos’è per te amare?” le aveva chiesto.
Lei si stava legando i capelli, con un gesto abituale li avrebbe portati tutti lassù in testa. Rossella nei rapporti con gli altri era così, appariva navigare in superficie, dedicare poca attenzione a chi le rivolgesse la parola. Ma si bloccava poi, rilassava la curva delle labbra e si apriva a chi l’amava. Lo aveva accarezzato Michele quella volta.
“Amare? Forse è l’insieme delle belle sensazioni che mi dài” si avvicinò a lui, lo abbracciò all’altezza della vita e lasciò andare il capo sul suo petto. “O forse è camminare nel buio, da soli, quando l’anima diventa più pesante del corpo.”
Aveva ragione in fondo, perché lei cercava qualcuno che sapeva non avrebbe trovato mai. Perciò l’amore per lei era bellezza e tormento assieme, un viaggio, vero, e l’immagine di un posto che forse non avrebbe mai veduto.
“Che vuoi dire?” le domandò.
“Che vorrei vivere un mondo reale in un mondo immaginario.”
Rossella mosse il capo, lo guardò negli occhi e lo baciò, sulla guancia.
“Perché?” insisté Michele. “Ho aspettato fino a dimenticare chi io fossi. Poi sei arrivata tu, mi sono sentito gettare dal divano. Ho aperto la porta perché tu potessi entrare, non perché volessi uscire.”
Ma Rossella apparteneva a un universo di sua invenzione, in cui credeva di proteggersi, e dove la verità si confonde con l’aggressività dei sogni, in cui ragione e logica non avevano respiro. Michele non riusciva più a parlare. Erano l’uno nell’altra, non si muovevano, non si conoscevano nemmeno in verità, e come due fari separati illuminavano il corpo dell’altra senza poterlo toccare.
“Quando tornerai?”
“Domani” rispose lei. “Fra dieci minuti.”
Michele le aveva creduto, pensava fosse giusto credere, e pensava che non era la prima volta che lo faceva. Lui era abituato a credere, era per lui una malattia che lo aveva trascinato a sopportare la disgrazia, a vivere accanto a persone cattive e nella solitudine. Rossella era l’ennesima prova che ogni filo del suo corpo non appartenesse a lui, non lo era mai stato. Così vivono quelli che amano: sanno cos’è soffrire.
Così, chiuse il cancello, fece due passi superando il marciapiedi e la cercò, a destra e a sinistra. Quando rimise le mani in tasca era di nuovo dentro, seduto, la schiena contro la porta, lo sguardo dentro il luccicore ininterrotto delle foglie dove forse avrebbe trovato il mondo di cui tanto gli aveva parlato Rossella.

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