Chi tene ‘o mare

Chi tene ‘o mare

Chi tene ‘o mare.
Racconti di Salvatore Zeno

Il libro vincitore del Premio Chiara per una raccolta di racconti inediti – edizione 2015

L’anima di città e paesi, le voci, gli odori, e soprattutto i desideri e le speranze dei suoi abitanti. Sullo sfondo di Napoli e del sud Italia si muovono i personaggi di Chi tene ’o mare, tornando da un racconto all’altro, colti in un frammento di quotidianità.
Esistenze ai margini, vicende di malavita, piccoli drammi narrati con partecipazione, senza mai scadere nel compiacimento. Da una storia all’altra, insieme all’umanità varia dei personaggi, è l’ambiente stesso che diventa protagonista, con la sua atmosfera, con l’incessante respiro del mare.
Lo stile di Salvatore Zeno è raffinato e misurato insieme: mimetico quando restituisce la vivacità dei dialoghi, acuto nei momenti più introspettivi.

“La raccolta denota originalità e freschezza nello sviluppo narrativo.
La presenza di un tema che funge da comune cornice macroscopica ai racconti risulta una scelta ponderata e fondamentale per la buona riuscita della ricostruzione dell’atmosfera napoletana e marittima, resa con particolare efficacia e autenticità. Inoltre, la cura per la lingua – onesta e piana – unita a uno stile maturo ed essenziale rafforzano il giudizio positivo su questa prova”.
(Dalla motivazione della Giuria del Premio Chiara per una raccolta di racconti Inediti 2015)

Salvatore Zeno, Napoli 1982. Cresce fra Vibo Marina, in Calabria, dove diventa marinaio e figlio del mare, ed Ercolano. Leggendo John Keats e Francis Scott Fitzgerald comincia a scrivere. Si diploma in studi nautici, studia le stelle col sogno di volare con le Frecce Tricolori un giorno. A Milano si laurea in Pubblicità allo IULM, si specializza in Sistemi Informativi alla Bocconi. Lavora nel mondo della comunicazione digitale dal 2006, cui associa il mestiere di attore e di scrittore. Mette in scena spettacoli sull’assurdo e sull’amore assieme a Francesco e Armando. All’interno del proprio sito raccoglie parte dei suoi lavori, fra poesia, racconti e immaginario. Ama cucinare per gli amici e passare ore a parlare con loro di cinema, libri e musica.

Sotto un estratto dal libro –

[…] Dal balcone il paese mi sembrava immutabile, sebbene fosse evidente il contrario per via dei lavori alle fognature. Così, per proteggermi da un senso di confusione e smarrimento, immaginai di vivere nel chiuso nero di una tenda che avrei potuto piazzare in qualsiasi posto del mondo, ma non lì, non nel posto dove ero cresciuto.
Avevo visto passare in casa facce sode e sconosciute, chi mi salutava sorridendomi e dicendo: “Come sei diventato grande” o “Sei già un uomo.”
Tutte stronzate, io non volevo crescere così.
Avevo scoperto di avere più parenti dell’ape regina, che mia nonna odiava le orate allevate in Grecia e che mio zio Renato diceva, a malincuore, che erano il futuro. Non avevo occhi che per mia madre. Lei passò due giorni seduta rigidamente su una sedia in salotto. Tutto ciò che feci fu tenerle la mano, e accarezzandola sentivo il suo tocco fragile e tremolante, come mi sentivo io in quel momento.
Non so quante volte accada nella vita di piangere con un genitore, ma accadde. Accadde che i miei occhi si annebbiarono, così sapevo i suoi, e mi promisi che non avrei più sentito la sua voce così sterile, come fosse già quella di una donna che avrebbe voluto raggiungere l’anima del marito.
Il via vai durò poco, e dopo nemmeno una settimana eravamo rimasti soli. La vedevo cambiare dal mattino alla sera, il viso diventava sempre più esangue e appassito, le labbra più fini. Non si occupava più dei fiori, e gli effetti della loro simbiosi erano sempre più evidenti a ogni alba e a ogni tramonto.
Una sera tornai a casa e le dissi: «Non mi sento bene.»
Era seduta in cucina, guardava la profondità di un bicchiere e pensai che stesse immaginando se stessa esaurirsi come ciò che aveva bevuto.
«Mamma» le dissi, ma lei rimase in quella posa sperduta.
Restai a guardarla galleggiare sulla superficie di un dolore immoto, aspettando un segnale umano dai suoi occhi lucidi e scavati.
Strinsi le mani ai jeans e dissi mormorando: «Ti voglio bene mamma» sperando mi sentisse a modo suo, e me ne andai di sopra.” […]

Categories: