Domenica

Domenica

Come ogni anno quel giorno Marcello scese presto di casa e andò in pasticceria.
«Giosuè, è pronta la torta della mamma?»
Giosuè si recò nel retro, e intanto Marcello allungò gli occhi su ogni dolciume intorno a lui: torte, pasticcini, brioche, caramelle, gelati, biscotti, praline, canditi, cioccolatini. Lui amava le torte, la Linzer era la sua preferita, nella variante limone e nocciole: la mangiava con gusto, felice, e a Giosuè ripeteva sempre che un giorno ne avrebbe preparata una in laboratorio con lui, per la mamma. Giosuè gli sorrideva sotto i suoi baffi enormi, agitava le spalle e smuovendogli i capelli lunghi diceva: «Quando vuoi Marcello, pure il giorno di Natale.»
Da quattro anni, ormai lui era un ometto perché ne aveva dieci, Marcello si svegliava il giorno del compleanno della mamma, comprava la torta coi soldi che gli lasciava papà e la portava da lei, sicuro di farla felice.
Quando la torta fu pronta, confezionata di carta rosa e nastri bianchi, Giosuè superò il bancone, raggiunse Marcello e quando furono sul marciapiedi si guardò intorno e gliela consegnò.
«Salutami la mamma Marcellino, dille che passerò domenica sera.»
Giosuè rientrò in pasticceria, aspettò che Marcello si allontanasse e abbassò la saracinesca a metà. Poi andò in laboratorio, dove teneva appesa una fotografia che ritraeva Marcello alla nascita fra le braccia della mamma mentre dormiva, e il papà, inginocchiato ai piedi del letto a guardarla, e si mise all’opera.
Marcello, con la torta in braccio, attraversò il quartiere: case basse, colorate, più vecchie della nonna che non aveva mai conosciuto. Passò di fronte al proprio palazzo, lo superò e salutò Gino, il portiere, che nel frattempo puliva l’androne e lo spazio oltre il portone. Se erano in attesa di pacchi o missive il papà dava il suo indirizzo, perché nel loro palazzo il portiere non c’era. Il papà lavorava tanto, anche la domenica. Poi fu il turno del giornalaio, del pescivendolo sempre assonnato, della suora affacciata al balcone ogni mattino dalle otto alle dieci.

Quando arrivò, Marcello, aprì la porta della camera aiutandosi con le ginocchia, facendo attenzione a non fare rumore. Entrò, trovò il papà seduto al suo fianco e gli disse: «La torta papà. La mamma dorme ancora?»
«Sì Marcellino, la mamma dorme ancora. Vieni, facciamole gli auguri. Lei ci sente.»

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