Lettera a Pino Daniele

Lettera a Pino Daniele

Ciao Pino,

ho scelto di scriverti anche se non ci sei più perché so che in qualche modo mi leggerai, sono tante le anime in cui abiti ancora.
Il ventidue dicembre cantavi a Milano, io mi trovavo nella nostra Napoli.
“Al prossimo andiamo assieme.”
Andrea è venuto a vederti e con lui volevo venire anch’io. Spesso ti ascoltiamo assieme e parliamo di te come fossi con noi, in quel momento, mentre mangiamo taralli comprati a Via Caracciolo bagnati da una Peroni.
Andrea sa un sacco di musica, e da lui ho imparato cose su di te che non avrei mai imparato da solo, solo ascoltandoti. Perché è il mio vizio affrancarmi nelle parole, e nelle tue ci sto bene.
Camminavo verso Via dei Tribunali quando sentii Andrea. Gli ho raccontato delle luci che inondavano il vecchio decumano, del fritto di Sofia, della Napoli sotterranea che avremmo visto assieme i giorni di fine anno, quando sarebbe venuto giù (si dice così quando si va al sud, anche se in realtà si sale, ma è un’altra storia questa qui). Camminavo e l’aria che respiravo era quella cosa che girandomi intorno mi faceva sorridere.
Quando attaccai feci partire le tue canzoni, applausi si scioglievano fra un pezzo e l’altro e con la tua musica mi sentivo pizzicare in gola. Non so se fosse il freddo a dire il vero, perché per il freddo gola e cuore non sono la stessa cosa.
Magari fra le canzoni che stavo ascoltando ce ne sarebbe stata una della tua scaletta a darmi libertà. Non quella libertà in cui puoi fare tutto. Quell’altro tipo, sai quella libertà in cui ti fermi, svolti, ti guardi intorno e la novità è nella stessa cosa che sentivi poco prima? Ma tu lo sai, è l’arte.
Camminando le ginocchia logore di un ragazzo in Piazzetta Pietrasanta mi hanno fatto sentire meno libero. Lui mi ha domandato una sigaretta, ma io non l’avevo. Gli diedi due euro e mi rispose che voleva smettere di fumare. Così mi sono sentito libero di nuovo. Sono piccoli i momenti di una certa felicità, che come un’estranea ti tira le maniche della camicia e ti domanda: “Tu che ne sai di me?”
Proseguii verso Piazza Bellini e la quarta canzone era ‘Chi tene ‘o mare’, un pezzo più vecchio di me, il mio tuo che amo. Chi mi conosce sa cosa significa il mare per me, è la mia malattia. Anzi, è come quelle cose che sai saranno te prima ancora di nascere. Non è un pensiero che regge questo, lo so, ma mi piace pensare spesso a cose che non possono essere vere.
Ancora non sapevo leggere e già lo navigavo il mare, e a ricordarlo nei colori di quei tempi riesco a piangere, sempre. Piango tanto quando parlo col nostro mare sai Pino? Tornare dove tutto è cominciato è guardarsi in faccia e farsi coraggio.
Ora che ti scrivo al parco alle spalle di San Lorenzo degli occhiali scuri coprono i miei occhi umidi. Qualcuno passa, perché è presto, mi guarda mentre scrivo sul quaderno con una faccia a metà fra il curioso e il me ne fotto. Quante cose a metà ci sono Pino? Tu lo sai. Forse tutto è a metà, dovrebbe, perché avere l’intero è non avere niente: svanirebbe il desiderio di volere. E io ora ti confesso una cosa, che mi spaventa e la desidero a un tempo. Come si fa a essere un buon padre? Non c’entra questa domanda con tutto il resto, ma ti vedo come un amico mio e gli amici cambiano argomento all’improvviso. Tu lo sai. Rispondimi quando vuoi, non ho fretta di non avere paura.
Comunque, mi sono seduto a un caffè quel pomeriggio del ventidue e ascoltandoti ho letto dei racconti di Flannery O’Connor. Hai mai letto qualcosa di suo? È brava a svelare gli umani, come forse altri due o tre scrittori nella storia. Se non l’hai mai letta domanda lassù, se ci capiscono qualcosa sapranno indirizzarti, anche se ne dubito. Cerca Massimo, che lui lo sa. Poi se riesci leggi anche la storia del centenario che saltò dalla finestra e scomparve: una storia geniale! Fa ridere assai, come piace a certi noi napoletani.
Dopo più di un’ora stavo ancora leggendo e sentendo le tue canzoni. Aspettavo che Cinzia arrivasse. Cinzia è una mia amica veterinaria e attrice: bella la vita eh?
Ma il quattro gennaio ho pensato tutto il contrario. Di solito gli uomini quando sono tristi non so quanto riescano a fare. Forse piangono della propria situazione, nessuna lacrima. Io le lacrime le avevo raccolte, stavo scrivendo e mio fratello mi disse di te. Non ero triste. Ero incazzato, la rabbia è pulsione per un futuro diverso. Mi sono messo a cercare risposte che non potevano essermi date, poi ho capito che avrei dovuto viverle.
Sai quante volte ho ascoltato la sera del quattro gennaio ‘Chi tene ‘o mare’? Non te lo so dire. Mi hai detto che chi ha il mare si accorge di tutto, che chi ce l’ha porta una croce. Che il sale ce l’ha quand’è lontano e vicino, come avere tutto e avere niente, ma il mare.
Mi sono sentito il pettirosso di cui parla Blake, e volando in una gabbia di libertà ho scritto partendo dal tuo pensiero. E sai cos’è successo Pino? È successo che ho lasciato il romanzo che stavo scrivendo e la tua canzone mi ha portato a un libro di racconti che porta il tuo nome, ‘Chi tene ‘o mare’ si chiama. Dentro non c’è il tuo nome, ma dentro ci sei tu. E se la tua lontananza è vicina, allora la tua grandezza non troverà spazio se le stelle rimarranno quel che sono. Le persone mi domandano cosa voglia dire il titolo lo sai? Ma come faccio a spiegarglielo? Come si spiega la natura di un uomo a un altro uomo? Io gli dico di ascoltare la tua canzone e basta.
Avrei voluto conoscerti e prendere un caffè assieme. Magari anche con Massimo, che bellezza sarebbe stata? Avrei voluto potesse essere vero. Mi rallegra l’idea, e tutto quello che un giorno penso sarà impossibile lo rendono vero un gruppetto di parole sparute.
Qui dove una Città potente mi circonda, intorno a cui corrono venti e saltano acque salate, in cui la miseria di una risata fa una giornata, qui solo sento l’opportunità di associare domande irrisolte a sentimenti profondi. Continuerò a conoscerti nel modo che mi rimane, affacciandomi da una finestra invece che da una terrazza o nuotare addirittura. Ci metterò più tempo, e in questo tempo sai cosa vorrei fare? Magari ti vengo a trovare, dove dormi, e ti leggo di un te che ho immaginato e che ho messo nelle pagine di un grande desiderio.

Tuo, Salvatore.

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